Il Colegio ai tempi del coronavirus

Nei suoi oltre 30 di storia il nostro Centro ha dovuto confrontarsi con periodi anche molto difficili, che  ha saputo sempre affrontare con grande responsabilità e razionalità. Ora facciamo altrettanto e come sempre continuiamo a lavorare, creare e produrre idee e materiale per la diffusione della lingua e della cultura iberoamericana, con la consueta attenzione alla qualità.

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ANDRA’ TUTTO BENE

L’Italia e la Spagna, più di altri Paesi d’Europa, sono duramente colpiti dall’epidemia  in corso.  Due nazioni vicine e legate da sempre per tantissimi motivi. Dunque non possiamo non rendere omaggio alla cara nazione sorella in questo momento per tutti noi così difficile. Lo facciamo prendendo a prestito le parole di Mario Benedetti, autore uruguaiano di grande sensibilità e profondità, che sono un invito a non arrendersi ed a credere nei veri valori della vita.

 

 

No te rindas

No te rindas, aún estás a tiempo

de alcanzar y comenzar de nuevo.

Aceptar tus sombras,

enterrar tus miedos,

liberar el lastre,

retomar el vuelo.

No te rindas que la vida es eso,

continuar el viaje

perseguir tus sueños

destrabar el tiempo,

correr los escombros

y destapar el cielo.

No te rindas, por favor no cedas,

aunque el frío queme,

aunque el miedo muerda,

aunque el sol se esconda,

y se calle el viento,

aún hay fuego en tu alma

aún hay vida en tus sueños

porque la vida es tuya

y tuyo también el deseo

porque lo has querido

y porque te quiero.

Porque existe el vino

y el amor, es cierto.

Porque no hay heridas

que no cure el tiempo.

Abrir las puertas,

quitar los cerrojos,

abandonar las murallas que te protegen.

Vivir la vida y aceptar el reto,

recuperar la risa,

ensayar el canto,

bajar la guardia

y extender las manos

desplegar las alas e intentar de nuevo,

celebrar la vida y retomar los cielos.

No te rindas, por favor no cedas

aunque el frío queme,

aunque el miedo muerda,

aunque el sol se ponga y

se calle el viento,

aún hay fuego en tu alma,

aún hay vida en tus sueños.

Porque cada día es un comienzo nuevo.

Porque ésta es la hora y el mejor momento.

Porque no estás sola.

Porque yo te quiero.

 

 

Omaggio a Gabriel

 

Il 6 marzo del 1927 nasceva in Colombia Gabriel García Márquez, una delle voci letterarie più potenti ed autorevoli dell’America Latina.  Dunque proprio in questo giorno desideriamo ricordarlo e rendergli omaggio , citando l’incipit di una delle sue opere più famose, “Crónica de una muerte anunciada”.

“El día en que lo iban a matar, Santiago Nasar se levantó a las 5.30 de la mañana para esperar el buque en que llegaba el obispo. Había soñado que atravesaba un bosque de higuerones donde caía una llovizna tierna, y por un instante fue feliz en el sueño, pero al despertar se sintió por completo salpicado de cagada de pájaros.  “Siempre soñaba con árboles”, me dijo  Plàcida Linero, su madre, evocando 27 años después los pormenores de aquel lunes ingrato. “La semana anterior había soñado que iba solo en un avión de papel de estaño que volaba sin tropezar por entre los almendros”, me dijo. Tenía una reputación muy bien ganada de intérprete certera de los sueños ajenos, siempre que se los contaran en ayunas, pero no había advertido ningún augurio aciago en esos dos sueños de su hijo, ni en los otros sueños con árboles que él le había contado en las mañanas que precedieron su muerte”.

Botero al cinema

Gli appassionati di pittura hanno avuto in questi giorni la possibilità di vedere il film-documentario dedicato a Fernando Botero, intitolato “Botero. Una ricerca senza fine”, diretto da Don Millar.

 Il proposito dell’autore è quello di raccontare l’artista colombiano, il cui stile inconfondibile è apprezzato  ed esposto in tutto il mondo, attraverso il dietro-le-quinte della sua vita e della sua carriera.

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Non sapevo proprio come fare per non finire come loro

“Non sapevo proprio come fare per non finire come loro”

In Guatemala un programma fornisce educazione sessuale agli ed alle adolescenti nella periferia degradata della capitale

Matrimoni e gravidanze precoci, Aids, aborto, violenze sessuali. Il tema della salute riproduttiva nel mondo si intreccia con retaggi sociali, culturali e religiosi talvolta difficili da conciliare con l’idea che anche le giovani donne e le ragazze abbiano diritto di scegliere e di dire “no”. Quando poi questi aspetti si intrecciano con la povertà economica e la mancanza di prospettive, il risultato è devastante. L’organizzazione Guatemala Youth Initiative, fondata da alcuni membri della Chiesa episcopale statunitense soprattutto dello stato della Virginia, ha intrapreso un percorso per formare le e gli adolescenti sul tema sessuale in Guatemala. Questo Paese centroamericano, oltre ad essere il decimo stato di provenienza degli immigrati negli USA, ha uno dei tassi più alti di gravidanze tra i 15 ed i 19 anni, il 9,2% (secondo dati delle Nazioni Unite) nell’America Latina, che è la seconda area a livello mondiale, come sottolinea un rapporto del 2018 della Pan American Health Organization, dell’Unicef e del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). Il rapporto punta il dito sull’abbandono scolastico, sulle violenze sessuali, sulla carenza di supporto alle vittime di stupro e su leggi restrittive riguardo all’aborto, sottolineando anche il ruolo che i giovani uomini potrebbero (dovrebbero) avere nel tutelare la salute delle ragazze. Occorre (non sono i soli a dirlo) un cambiamento nella mentalità da parte delle istituzioni, famiglia e scuola, nell’atteggiamento verso la sessualità: “La mancanza di informazioni e l’accesso limitato ad un’adeguata educazione sessuale ed ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva sono direttamente collegati alle gravidanze precoci”, sottolinea Estebán Caballero, direttore regionale dell’UNFPA, nell’articolo dell’Agenzia Reuters che presenta il rapporto. Queste ultime molto spesso non sono il risultato di una scelta consapevole ma di una relazione abusante, sottolinea Caballero, e costituiscono, insieme alle complicazioni del parto, una delle principali cause di morte per le adolescenti in America Latina. Proprio per cercare di cambiare questa situazione è nata nel 2013 la Guatemala Youth Initiative, che opera nelle baraccopoli vicine all’enorme discarica di Guatemala City, la più grande del Centro America con 10.000 lavoratori ed in continua espansione. Intere famiglie, da generazioni (la discarica è stata aperta negli Anni Cinquanta) vivono e lavorano qui, in un contesto di estremo degrado. Qui circa la metà delle ragazze diventa madre in età adolescenziale. L’organizzazione offre laboratori di educazione sessuale nelle scuole, formazione di giovani che diventano loro stessi educatori (una forma di educazione tra pari ancora più efficace), e facilita l’accesso ai servizi di pianificazione familiare, teoricamente offerti dal sistema sanitario ma difficilmente raggiungibili , soprattutto in questa periferia degradata. Oltre alle difficoltà oggettive, l’organizzazione deve scontrarsi con radicati tabù come quello dei contraccettivi, ossia la convinzione che una maggiore disponibilità incentivi il sesso tra i giovanissimi, come testimonia all’Episcopal News Service uno dei fondatori della Guatemala Youth Initiative, Greg Lowden: così, nonostante la disponibilità di contraccettivi, le modalità di accedervi sono così difficoltose da essere scoraggianti. E gli adolescenti fanno sesso  egualmente, ma con meno protezioni. L’iniziativa episcopale si rivolge anche alle giovani mamme, con corsi di genitorialità e supporto nella ricerca di un lavoro e di una maggiore indipendenza, per superare lo stigma e l’isolamento che spesso le colpiscono, per rompere quel circolo vizioso che condanna le ragazze due volte ad una vita senza prospettive.

 

Estratto dall’articolo di Sara Tourn del 1° agosto 2019, pubblicato su Riforma.

La stratigrafia delle fedi a Buenos Aires

Ci fa molto piacere riportare qui il bell’articolo, pubblicato su Riforma.it,  che Alessandro Esposito ha voluto dedicare al testo di Graciela Frola, “Flores: il quartiere di papa Francesco. Storia, migrazioni, religioni”, recentemente dato alle stampe.

La stratigrafia delle fedi a Buenos Aires. Un libro dedicato a Flores, quartiere multireligioso che simbolizza l’intero Paese.

Capita, piuttosto di rado a dire il vero, di imbattersi in libri che possiedono la capacità di trasportare chi li legge nel luogo che descrivono: dono di cui dispone, senza alcun dubbio, la scrittrice Graziella Frola che, nel suo “Flores: il quartiere di papa Francesco” accompagna per mano il lettore nell’affascinante ed intricato universo della capitale argentina. Lo fa, al contempo, con delicatezza e lucidità, prendendo il quartiere bonarense di Flores quale prisma attraverso cui rileggere le complesse vicende di una città e del Paese di cui essa è icona. Tre, in  particolare, mi sono sembrati i fulcri tematici, le cui trame sono state sapientemente intrecciate, e non appena sovrapposte, dall’autrice. In primis  la storia della evoluzione (o in qualche caso, dell’involuzione) dell’Argentina sotto il profilo socio-economico: questione talmente intricata da dover richiedere, inevitabilmente, uno sguardo sintetico, fonte più di spunti di riflessione che di prospettive definite. In tal senso, l’autrice tratteggia gli aspetti salienti di un percorso accidentato e spesso carsico, con l’equilibrio raro di chi descrive e non giudica : cosa che rende il testo, a giudizio di chi scrive, un’ottima introduzione alle complesse dinamiche che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la storia politica argentina. In seconda istanza, il libro invita a compiere un affascinante viaggio nel melting-pot che caratterizza sia la storia migratoria dell’Argentina sia il suo presente: anche in questo caso, l’autrice evita sapientemente ogni tono giudicante, dimostrando al contempo la capacità di mettere in rilievo sia gli aspetti positivi di questa convivenza, sia i suoi risvolti niente affatto incoraggianti. In tal senso, le pagine dedicate ai rapporti tra migranti coreani e boliviani nella zona ovest della capitale argentina, sono particolarmente acute ed originali. Quello della convivenza pacifica e del  modello multiculturale pienamente realizzato rappresenta di fatto più un mito che una (sia pur desiderabile e prospettabile) realtà: cionondimeno, una certa propensione alla consapevolezza della diversità in ambito culturale innerva senza alcun dubbio la società argentina, senza per questo metterla completamente al riparo da contraddizioni e tensioni sociali. Infine, l’autrice traccia un  quadro estremamente suggestivo dell’aspetto ecumenico ed interreligioso che ha caratterizzato la storia di Flores e di tutta Buenos Aires nell’arco della sua (tutt’altro che lineare) evoluzione. Estremamente suggestive, a tale proposito, sono le pagine dedicate alle diverse anime della comunità ebraica e quelle che ripercorrono la storia del protestantesimo storico argentino, in seno al quale sia la chiesa valdese che quella metodista hanno rivestito un ruolo di estrema rilevanza, dando vita, tra le altre cose, alla creazione di una facoltà teologica interdenominazionale, che ha avuto in Flores la sua sede e che ha rappresentato per oltre mezzo secolo un riferimento fondamentale sotto il profilo degli studi esegetici e teologici in tutta l’America Latina. In conclusione si tratta di un libro che chi intenda iniziarsi alla conoscenza delle complesse dinamiche che sono sottese alla storia dell’Argentina dovrebbe assolutamente leggere. Cosa a cui invogliano tanto la prosa lineare dell’autrice, quanto le riflessioni ponderate e pertinenti che il libro offre a chi intenda avventurarsi nel bel percorso che si snoda attraverso le sue pagine.

Alessandro Esposito, da “Riforma.it”, 30/07/2019 

La grande musica spagnola al Teatro Regio

Nel programma di opere e balletti della nuova stagione 2019-2020 del Teatro Regio di Torino figura il balletto “Fuego”, creato da Antonio Gades e Carlos Saura, ispirato all’opera di Manuel de Falla “El amor brujo”, che verrà portato in scena dal 14 al 17 novembre prossimi dalla Compañia Antonio Gades; l’orchestra del Teatro Regio in quest’occasione sarà diretta dal maestro Miguel Ortega.

 

Manuel de Falla compose “El amor brujo”, libretto di Gregorio Martinez Sierra, su richiesta della grande danzatrice di flamenco Pastora Imperio; l’opera fu rappresentata per la prima volta a Madrid nel 1915, senza ottenere un grande successo; quindi fu rivisitata dal maestro, che ne realizzò così la versione definitiva in forma esclusivamente danzata. L’argomento del balletto si incentra sull’amore tormentato tra Candelas e Carmelo, che avrà, dopo alterne vicende, un lieto fine. Le fonti musicali alle quali Manuel de Falla ha attinto appartengono al repertorio storico della musica spagnola: il canto popolare, i canti andalusi e le danze gitane.

 

La versione di Antonio Gades, intitolata “Fuego”, debuttò a Parigi nel 1989 con grandissimo successo, che si ripeté durante tutta la lunghissima tournée che ne seguì. Ma in Spagna fu rappresentata per la prima volta soltanto nel 2014, in occasione del decimo anniversario della morte dell’artista (avvenuta a Madrid nel 2004 e le cui ceneri riposano a Cuba) per iniziativa della Fundación Antonio Gades, interpretata dagli artisti della Compañia Antonio Gades, con l’orchestra diretta dal maestro Miguel Ortega, che potremo ammirare in novembre al Teatro Regio.

L’originalità della versione di Gades sta soprattutto nell’intento dell’autore di sottrarsi alla fantasia del copione originale, mettendo in scena la storia di un’alienazione mentale, inserita in una ambientazione onirica e tenebrosa, sostenuta dalla straordinaria musica di Manuel de Falla. Tutti gli appassionati di musica classica, balletto e civiltà ispanica saranno dunque felici di poter assistere al Teatro Regio ad uno spettacolo prezioso, di grande impatto emotivo.